I profili statici e dinamici della revocazione ordinaria

La natura giuridica della revocazione è quella di essere considerata un mezzo di impugnazione in senso stretto: ciò significa che la parte soccombente deve affermare e provare che nel provvedimento impugnato, è presente uno dei vizi tassativamente previsti dal legislatore, disciplinati all’art. 395 c.p.c. n. 4 e 5.

Occorre quindi distinguere gli effetti che si possono produrre a seconda che il giudice abbia rigettato l’impugnazione e quindi si lascia intoccata la pronuncia impugnata, oppure il giudice l’abbia accolta ed allora, annulla la sentenza impugnata.

Dopo l’accoglimento, bisogna precisare che si segue una ulteriore fase, detta rescissoria (in contrapposizione alla fase rescindente, che è la fase di accertamento dell’esistenza del vizio), nella quale il giudice emana un’altra sentenza, a carattere esclusivamente processuale, per sostituire quella annullata.

Ai sensi all’art. 395, I c.p.c., possono essere impugnate per revocazione le sentenze di appello e quelle in unico grado. La previsione normativa va integrata, in quanto possono essere impugnate per revocazione anche i provvedimenti aventi forma diversa dalla sentenza.

Le indicazioni provengono dallo stesso legislatore il quale permette l’impugnazione di revocazione, ex art. 395 n. 4 c.p.c, anche per il decreto ingiuntivo (art. 656 c.p.c.), in quanto il suo contenuto è, tuttavia, decisorio.

Vi è stato poi un allargamento, a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale, che ha esteso la disciplina della revocazione ordinaria anche ai provvedimento di convalida della licenza o sfratto (sentenza n. 558 del 1989).

L’estensione della disciplina completa della revocazione non può estendersi alle sentenze della Corte della Cassazione per il seguente motivo: nella revocazione può rendersi necessario lo svolgimento di ulteriore istruttoria, attività della quale la Corte di Cassazione, per ragioni strutturali difficilmente può svolgere. Infatti, il legislatore prevede che la revocazione ordinaria ex art. 395 n. 4 delle sentenze della Corte di Cassazione, si propone alla stessa Cassazione, dinanzi alla quale si svolge la fase rescindente, dopo di che, accoglie, procedendo alla fase rescissoria e decidendo nel merito quando non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto. Viceversa, se ulteriori accertamenti sono necessari, la Corte rinvia la fase rescissoria al giudice che ha pronunciato la sentenza cassata.

Esaminiamo i motivi di revocazione ordinaria previsti dai n. 4 e 5:

Il n. 4 prevede l’errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa e che non sia controverso dalle parti. L’errore di fatto revocatorio è un errore di percezione, che consiste nella svista del giudice che ha dato per esistente o inesistente un fatto che rispettivamente era inesistente o esistente dagli atti di causa.

L’errore revocatorio di colloca nella fase della lettura degli atti e quindi, nell’iter logico della decisione, è il primo momento della questio facti, precedente alla fase di ricostruzione del fatto storico. Esso può riguardare sia i fatti sostanziali che i fatti processuali.

Il n. 5 prevede invece, il contrasto con un giudicato precedentemente intervenuto tra le parti, purché il giudice non abbia pronunciato sulla relativa eccezione. Necessario presupposto è quindi che l’eccezione dell’esistenza di un precedente giudicato non sia stata proposta, altrimenti il giudice avrebbe dovuto pronunciarsi su di essa. Il n. 5 si applica solo al giudicato esterno in quanto solo esso deve essere allegato e provato in giudizio, mentre quello interno, ovviamente, risulta dagli atti.

Pertanto, il giudicato esterno, non allegato e non eccepito dà luogo a revocazione ex art.395 n. 5 c.p.c: è un criterio di risoluzione del problema del contrasto tra giudicati. Il precedente giudicato deve avere, per essere in contrasto, lo stesso oggetto della sentenza di cui si chiede la revocazione o un diritto pregiudiziale a quello oggetto della sentenza. In caso di pregiudizialità non si ha un contrasto pratico, ma solo teorico: la parte interessata avrebbe potuto, sia attraverso la sospensione sia attraverso l’eccezione di giudicato fare coordinare le due pronunce. Se la parte non ha utilizzato gli strumenti di raccordo previsti dall’ordinamento, la revocazione non è utilizzabile.

Il contrasto pratico, invece, deve essere risolto in quanto non è possibile avere due provvedimenti che qualificano come doveroso e non doveroso lo stesso comportamento: in base al n. 5 dell’art. 395 c.p.c, occorre che la seconda sentenza sia impugnata per revocazione. Ma se la parte fa passare in giudicato anche la seconda sentenza, entrambe le sentenze sono valide e prevale la posteriore nel tempo, secondo la regola generale di tutti gli atti giuridici validi.

Per i motivi di revocazione ordinaria la decorrenza del termine per proporla è di 30 giorni dalla notificazione della sentenza o sei mesi dalla sua pubblicazione. Questo accade perchè, contrariamente a quanto succede per la revocazione straordinaria, i fatti valere con la revocazione ordinaria sono i vizi c.d. palesi e in quanto tali hanno un dies a quo certo, i motivi sono certi all’origine.

Può accadere che la sentenza sia contemporaneamente sottoponibile sia a revocazione che a ricorso in Cassazione ed allora è necessario risolvere il concorso.

L’art. 398 c.p.c ult. comma, prevede la possibilità che entrambi i mezzi di impugnazione siano pendenti: la proposizione della revocazione non sospende i termini per proporre ricorso in Cassazione, ma se questo è già proposto, non viene sospeso. La sospensione, tuttavia, può essere disposta dal giudice se ritiene la revocazione non manifestamente infondata. Si sospende quindi il processo di Cassazione in quanto quello della revocazione è pregiudiziale nell’iter logico: i vizi che si fanno valere con la revocazione (quaestio facti) sono antecedenti rispetto a quelli che si possono far valere con il ricorso in cassazione (quaestio iuris).

Questa è l’unica ipotesi nel nostro ordinamento in cui il giudice ha il potere di sospendere un processo pendente di fronte ad un altro giudice. La sospensione dei termini o del processo ha luogo fino alla comunicazione della sentenza che decide della revocazione. L’eventuale impugnazione della sentenza di revocazione permette la proposizione o la prosecuzione del ricorso in cassazione e le pronunce si coordineranno ex art. 336 2° comma c.p.c, attraverso il c.d. effetto espansivo esterno.

La revocazione si propone con citazione allo stesso giudice che ha pronunciato sulla sentenza impugnata (art. 398 c.p.c.). A pena di inammissibilità deve contenere il motivo della revocazione e l’attore deve costituirsi, a pena di improcedibilità, entro venti giorni dalla notificazione. Per il processo di revocazione valgono le regole generali del processo di pronte a quel giudice.

È possibile ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata, se l’esecuzione non ha ancora avuto luogo, come accade per la sospensione dell’efficacia esecutiva in appello, quando è proposto ricorso in Cassazione.

Il giudice della revocazione può emettere pronunce di rito quali quelle di inammissibilità e improcedibilità della revocazione, ma può anche emettere pronunce di merito di rigetto della revocazione (e la pronuncia impugnata mantiene i suoi effetti), oppure di accoglimento della revocazione.

L’accoglimento annulla la sentenza impugnata rendendo necessaria l’emanazione di un’altra sentenza , che sostituisce quella revocata. Se il giudice ha le prove sufficienti per annullare la sentenza impugnata, ma non ha le prove sufficienti per sostituirla allora pronuncia con sentenza la revocazione della sentenza impugnata e rimette con ordinanza le parti in istruttoria per l’assunzione dei mezzi di prova necessari alla fase rescissoria. Se il processo si estingue in questa seconda fase, il processo muore tutto perché vi è la sentenza che annulla ma non una che la sostituisca, analogamente a quanto accade per il giudizio di rinvio.

La sentenza che è pronunciata nel processo di revocazione non può più essere impugnata per revocazione (art. 403, 1° comma c.p.c.).

La sentenza che pronuncia sulla revocazione in entrambe le fasi può essere impugnata con i mezzi di impugnazione che potevano essere spesi contro la sentenza originaria.

Si evince cosi la ratio della norma: dare la possibilità di una nuova valutazione da parte dello stesso giudice che ha emanato la sentenza impugnata, permettendogli di prendere in considerazione le circostanze non valutate o erroneamente valutate al momento della decisione.

Adriana Lupu

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