C’era una volta in Messico: una storia di tortura.

Quella di Simone Renda, bancario leccese di 34 anni, è una storia di tortura. Simone è morto il 3 marzo 2007, dopo 42 ore di detenzione senza cibo né acqua nel carcere di Playa del Carmen in Messico. Una storia molto simile a quella di Giulio Regeni (il dottorando italiano rapito e ucciso in Egitto tra il gennaio e il febbraio 2016). Due giorni prima sarebbe dovuto ripartire per l’Italia ma non ha sentito la sveglia e ha perso il volo di rientro. Dalla ricostruzione degli eventi sembrerebbe che sia stato svegliato dalla polizia e, in preda al panico, sia stato portato via presumibilmente per essere lasciato andare in cambio di denaro. La sfortuna volle che Simone aveva finito i contanti durante la vacanza e accusava quello che poi sarebbe stato spiegato come un principio di infarto. Prelevato di peso e trasportato alla stazione di polizia in 90 minuti (la stazione in realtà disterebbe solo 5 minuti in macchina) è stato picchiato e torturato ed in seguito rinchiuso in isolamento nel carcere municipale senza la possibilità di avere accesso a cure mediche, ad un avvocato o a sapere il motivo del suo arresto. Finché non è morto.

Il 15 dicembre 2016 la Corte d’Assise di Lecce ha condannato sei degli otto imputati (tutti funzionari dello Stato messicano, giudici qualificatori, poliziotti e dirigenti del carcere) per concorso in omicidio volontario e per violazione dell’articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del 1984.

Le condanne più pesanti, a 25 anni, sono state inflitte al giudice qualificatore Hermilla Gonzales e al vice direttore del carcere Pedro May Balam.

È da ricordare che la Convenzione, all’art. 1, dispone che per tortura si intende “qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito”.

La condanna, prima del suo genere in Europa, per la violazione dell’art. 1 della Convenzione contro la tortura, deriva dall’applicazione dell’art. 3 lettera b della legge di ratifica della Convezione (legge 3 novembre 1988, n. 498) che afferma la punibilità, secondo la legge italiana, dello “straniero che commette all’estero uno dei fatti indicati alla lettera a [atti di tortura, nda] in danno di un cittadino italiano”.

Questo è solo il primo atto di un lungo percorso che deve necessariamente portare alla verità, quand’anche essa fosse scomoda ed atroce.

Mirko Buonasperanza

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