Trascuratezza è tortura

Qualche anno fa aveva fatto scalpore la rivelazione di documenti rimasti per molto top secret da parte degli USA dove si rivelava il comportamento tenuto da alcuni militari all’interno del carcere iraqeno di Abu Ghraib. Ma cos’aveva portato a questa fuoriuscita di notizie? Forse una situazione che stava diventando troppo tesa da poter tenere segreta o, magari, il semplice “ritrovamento” di qualche plico di carte dentro un cassetto di una scrivania della CIA.

Fatto sta che oggi conosciamo i dettagli della politica adottata dagli Stati Uniti tra il 2002 e il 2003 nelle carceri di Guantanamo e anche in più luoghi dell’Iraq.

Il waterboarding (ovvero l’affogamento simulato) è forse la tortura più conosciuta di quel periodo adottata dalle forze militari americane con anche solo i sospettati di vicinanza ad Al Qaida, ma molte altre sono rimaste sullo sfondo, come se la vergogna e l’imbarazzo fosse eccessiva per poter rievocare certi ricordi.

La CIA all’epoca era già abbastanza sotto shock per aver dimostrato la sua fallibilità nell’attentato dell’11 settembre e la priorità era proprio quella di non dover mai più far ricapitare qualcosa di simile.

“tecniche di interrogatorio forzate”, questo era il nome che venne dato a tutte queste pratiche. Abu Zubaydah, saudita, sulla trentina, sospettato di essere il responsabile della logistica dell’attentato dell’11 settembre, è stato il primo ad avere l’onore di poter sperimentare sulla propria pelle tali tecniche: svestizione, ricorso a fobie individuali, ricorso a posizioni di stress, interrogatori interminabili (anche di 20 ore e prolungati per più giorni di seguito), ma siamo solo all’inizio.

Le tecniche erano troppo “spinte” perché si potesse andare avanti senza nemmeno informare il centro, la Casa Bianca e presso la CIA si svolsero numerose riunioni dove alcuni membri di spicco vicino al presidente (tra cui Condoleezza Rice, ex consigliera alla sicurezza nazionale) presero parte per essere informati. Le pratiche crearono disturbo tra questi esponenti del governo, ma non vennero fermate, anzi, vennero incentivate fino alla cosiddetta “carta bianca”.

Wilkerson, capo di gabinetto di Colin Powell, quando scoprì del provvedimento di carta bianca aveva già capito come sarebbe andata a finire: incarcerati fatti sfilare nudi, obbligati a masturbarsi davanti a soldati e medici che li deridevano, soggetti di fede musulmana tentati da soldatesse in intimo provocante o addirittura nude solo per farli parlare, minacciati ed infine stuprati, singolarmente o collettivamente non importava.

Eppure se si fanno domande la comunicazione ufficiale è che gli USA si impegnano a trattare con umanità tutti i detenuti, secondo quanto stabilito dalla legge federale e dagli obblighi internazionali, che includono l’articolo 3 della convenzione di Ginevra. Infine c’è anche il Detainee treatment act del 2005, la legge con cui l’America vieta l’utilizzo di alcuna tecnica di interrogatorio forzato; maledetta vergogna verrebbe da dire.

Ma quella della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, personalmente la ritengo la violazione più grave, quella di cui sono stati violati molteplici articoli, tra cui citiamo gli artt. 12,13 e 14, ma la lista potrebbe andare avanti.

Per concludere dovrebbe far pensare più che l’atrocità dei fatti, di cui ormai siamo a conoscenza ed anche, ormai, abituati, di come una convenzione internazionale del calibro di quella di Ginevra del 1949 firmata dai più influenti paesi del mondo in un periodo storico che non può non essere simbolo della voglia di cambiare abbia permesso tali barbarie e non attuato i dovuti controlli su quella nazione che in quel periodo della storia più vicino a noi era più assetata di vendetta, che ricercare i responsabili della strage che ha cambiato una volta per tutte il mondo.

 

 

 

Alberto Lanzetti

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