L’incontrollato uso della condotta antisindacale

Lo Statuto dei Lavoratori è tornato in auge non molto tempo fa per via dell’art. 18 e tutta la questione sul licenziamento giustificato o meno. Oggi, però, voglio trattare di un altro articolo della l. 300/1970, ovvero dell’art. 28, rubricato come “condotta antisindacale”.

La tematica della correttezza dei rapporti del datore di lavoro nei confronti del lavoratore è sempre calda, ecco perché l’art. 28 “non passa mai di moda” ed è sempre attuale.

L’azione prevista da tale articolo è riservata non ai singoli lavoratori, ma ai loro rappresentanti e nello specifico gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali e va aggiunto anche che la condotta stessa è una fattispecie aperta, ovvero ricomprende qualunque comportamento del datore che possa costituire condotta antisindacale, nonché teleologicamente determinata, ragion per cui l’azione stessa è diretta a colpire il comportamento illecito del datore.

Ciò che è da sottolineare, però, è che i comportamenti illeciti sono solo quelli che costituiscono antigiuridicità giuridica, ovvero una violazione di un obbligo posto dal sistema, mentre non vengono sanzionati quei comportamenti che, per quanto duri, fanno parte del gioco delle trattative e del dialogo tra lavoratori e datore di lavoro –antigiuridicità di fatto-.

Proprio quest’ultimo elemento è fondamentale da ricordare e sottolineare, perché l’azione non va confusa con un generico mezzo di punizione di tutti quei comportamenti che semplicemente non piacciono al lavoratore; se esistesse un’azione del genere probabilmente non esisterebbero nemmeno le aziende, ma nemmeno un’economia.

Ecco perché allora il sindacato che voglia avvalersi di tale azione deve sempre dimostrare ex art. 2697 c.c. il carattere dell’antisindacalità. Infatti è suo onere dare prova dell’effettivo comportamento antigiuridico del datore.

Ecco allora che il semplice licenziamento di un lavoratore, membro di una RSA in un’azienda, non è sufficiente per legittimare il ricorso a tale azione invocando un danno al sindacato stesso.

Piuttosto bisognerebbe ricorrere all’art. 18 l.300/1970 per cercare di ottenere giustizia per il licenziamento, eventualmente ingiusto, del lavoratore.

Quindi l’asserita insussistenza del giustificato motivo oggettivo del licenziamento non è condizione sufficiente e bastevole per l’esperimento dell’azione ex art. 28.

La regola dell’onere della prova non sbaglia mai e colpisce quando meno se lo aspetti.

 

 

Alberto Lanzetti

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