Immigrazione irregolare e detenzione illegale: il caso Italia davanti alla Grande Camera di Strasburgo.

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Khlaifia e a. c. Italia del 15 dicembre 2016, ha messo fine al caso riguardante la cd. emergenza sbarchi verificatasi nel 2011 a seguito delle “primavere arabe” che hanno infiammato il vicino Oriente ed il nord Africa. A causa della crisi umanitaria susseguente a questi accadimenti decine di migliaia di persone, nella maggior parte provenienti dalla Tunisia e dalla Libia, sono sbarcate sulle coste del sud dell’Europa.

I fatti oggetto del primo ricorso (Corte Edu, sez. II, sent. 1 settembre 2015), dal quale proviene la sentenza in commento, censuravano l’operato del nostro paese per quanto attiene alla gestione dell’accoglienza dei migranti, dei respingimenti e del diritto ad un ricorso effettivo come diritto umano fondamentale portando ad una condanna per l’Italia a seguito della violazione degli att. 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti) e 4, Prot. 4 (divieto di espulsioni collettive) della CEDU.

I ricorrenti, partiti dalla Tunisia nel settembre 2011, sono sbarcati sull’isola di Lampedusa tra il 17 e il 18 settembre seguenti. Immediatamente soccorsi, sono stati trasferiti al Centro di Soccorso e Prima Accoglienza (CSPA) dell’isola per essere identificati. I migranti segnaleranno poi nel primo ricorso le pessime condizioni del centro (sovraffollamento e carenza di servizi elementari come spazio e letti), l’impossibilità di avere contatti con l’esterno e il costante controllo della Polizia. Circa dieci giorni dopo, a seguito di una violenta rivolta, i ricorrenti sono stati rimpatriati in Tunisia in conformità all’accordo Italia-Tunisia dell’aprile 2011.

La Grande Camera, confermando in pratica la sentenza di primo grado, ha riconosciuto all’unanimità:

  1. La violazione dell’art. 5 CEDU, essendo stati i ricorrenti trattenuti illegalmente nel CSPA di Lampedusa in mancanza di una base giuridica rinvenibile nell’ordinamento italiano e mediante una trasformazione di questi luoghi in centri di detenzione non regolari.

  2. La violazione dell’art. 13 CEDU (diritto ad un effettivo ricorso) in relazione all’art. 3, poiché il Governo italiano non ha assicurato un ricorso effettivo contro lo stato di detenzione di fatto dei ricorrenti.

È da notare però che, contrariamente alla sentenza di primo grado, non sono state riconosciute dalla Grande Camera né la violazione sostanziale dell’art. 3 (divieto di tortura) né la violazione dell’art. 4, prot. 4 (divieto di espulsioni collettive) e dell’art. 13 rispetto a quest’ultimo. L’esclusione della tortura, infine, è dovuta alla valutazione dell’ingente flusso migratorio e della situazione di emergenza nella quale le autorità italiane hanno dovuto operare che ha portato a mitigare la censura verso le condizioni di detenzione dei migranti. Resta evidente però la necessità di rivedere l’utilizzo di forme di detenzione atipiche nella gestione dei migranti, assicurando anche ad essi la tutela del diritto ad un ricorso giurisdizionale effettivo.

Mirko Buonasperanza

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