“Psss, questa la sai?”

Copiare è un’attività che tutti almeno una volta nella vita hanno fatto. È inutile che davanti agli schermi in questo momento stiate negando, mettetevi il cuore in pace e sforzatevi di ricordare di quando l’avete fatto anche voi e poi fatevi una bella risata di quei bei vecchi tempi.

Certo, una bella risata, questa la si può fare cercando di pensare alla propria professoressa di latino che in quinta ginnasio ci aveva beccato confabulare con il nostro mitico compagno di avventure, nonché vicino di banco o, ancora, ricordandosi di quella volta che dal proprio posto si cercava di aiutare un compagno in difficoltà alla cattedra durante un orale, rigorosamente con il prof. che ci dava la schiena.

Le conseguenze di queste copiature erano minime: un richiamo sentito, il ritiro del compito nelle peggiori delle ipotesi con l’aspettativa di doverlo rifare con “gli occhi puntati addosso”, ma finiva tutto qui.

Andando avanti nel tempo, e in sostanza crescendo, si è scoperto che le conseguenze di tale attività si sono inasprite sempre più e una copiatura durante un esame scritto all’Università può avere già delle conseguenze più importanti, tra cui l’annullamento del compito e se la materia la si stava preparando da uno o due mesi il fastidio non è da poco.

Le conseguenze più gravi arrivano qualora si copi in un concorso pubblico. Qui, infatti, esistono delle leggi apposite per punire il candidato che cerchi di “trassare” all’esame.

Anche questo, ovviamente, è successo.

All’esame di Stato per l’avvocatura del 2012 nel distretto di Lecce le prove di alcuni candidati erano troppo perfette per essere di un aspirante avvocato e la commissione le ha invalidate.

Successivamente si scoprì che i soggetti erano riusciti ad inviare la traccia a persone all’esterno dell’esame, tramite cellulare, e a farsi aiutare con e-mails e messaggi su Whatsapp.

In pratica hanno utilizzato i sistemi di copiatura 2.0, quelli che anche i ragazzi di oggi usano nelle scuole.

Certo è che la sanzione è stata pesante: l’art. 1 della legge n. 475/1925, infatti, recita così: “Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”.

In tutto si parla di ottantanove persone, ma solo per quindici di loro il giudice ha richiesto la messa alla prova, per gli altri l’istanza dei difensori finalizzata ad evitare la pena detentiva è stata depositata e, quindi, si deciderà in udienza il prossimo 27 febbraio.

Tuttavia, anche il Procuratore della Repubblica di Lecce si era già pronunciato sull’assenza di necessità dell’incarcerazione di tali soggetti ed era stata richiesta una sanzione di 11mila euro.

Alcuni hanno deciso di pagare la sanzione, altri, invece, hanno preferito affrontare il processo per cercare di evitare la messa alla prova e nel tentativo di liberarsi del tutto dalle accuse, ma per 15 di loro sono scattati sei mesi di servizi socialmente utili per mantenere la fedina penale immacolata.

In questi sei mesi avranno certamente il tempo di riflettere e al prossimo esame scommetto che se sentiranno un: “pss, sai qualcosa su questo argomento?” saranno i primi a stare zitti e fare gli “spioni” con la commissione.

 

 

Alberto Lanzetti

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