La legge elettorale non perde mai

Alla fine la personalità eccentrica, a dir poco, di Donald Trump ha avuto la meglio. Ma oggi ciò su cui voglio porre l’attenzione non è la vittoria del miliardario alle elezioni presidenziali degli USA, argomento ormai trattato fin troppo, bensì vorrei concentrarmi sul sistema elettorale americano.

Sì, quel sistema elettorale che ha permesso la vittoria del Tycoon e che sta alla base di tutti i discorsi che si sono spesi in questi giorni sul neoeletto Presidente.

Gli USA sono una Repubblica Federale Presidenziale, composto da 50 Stati e un distretto (il distretto della Columbia). Washington è la capitale e svolge importanti funzioni sia a livello statale che federale.

Il Presidente degli Stati Uniti non è solo il capo dello Stato, a livello federale esercita il Potere esecutivo, mentre il Potere legislativo è affidato alle due Camere del Congresso (Camera dei Rappresentanti e Senato).

I requisiti previsti dalla Costituzione per poter proporre la propria candidatura come Presidente sono tre: avere compiuto almeno 35 anni di età, essere cittadino americano per nascita, risiedere negli USA da almeno 14 anni.

Il diritto di voto spetta a tutti i cittadini che abbiano compiuto i 18 anni di età e che siano iscritti alle liste “elettorali”.

Ma la parte più interessante, a mio avviso, è che il sistema elettorale è indiretto, ovvero il Presidente non viene eletto dai cittadini, bensì da 538 grandi elettori. Questi ultimi sono eletti su base statale e sono in numero pari al numero di deputati e senatori di ogni Stato.

Quindi il cittadino votando non vota la persona singola, ma il gruppo di grandi elettori e per il conteggio popolare non viene fatto un conteggio generale, ma Stato per Stato con un sistema maggioritario secco (detto winner takes all). Il candidato con più voti prende tutti i voti dei grandi elettori di quello Stato e, quindi, il candidato con più voti, anche solo uno in più dell’altro, diventa Presidente. Fanno eccezione solo gli Stati del Maine e del Nebraska, dove vige un sistema proporzionale.

Il candidato che riesce a far eleggere almeno 270 grandi elettori vince le elezioni.

I “grandi elettori” in via teorica dovrebbero votare per il candidato a cui sono associati. Ogni Stato ha diritto ad avere due “grandi elettori” più altri, tanti quanti sono il numero dei deputati mandati alla Camera dei Rappresentanti. Il numero dei rappresentati della Camera dei Deputati varia a seconda della popolazione, più lo Stato è grande più ha rappresentanti.

Se nessun candidato alla carica di Presidente raggiunge il quorum, la decisione finale viene presa dalla Camera dei Rappresentanti, che sceglierà fra i primi tre candidati che hanno raggiunto il maggior numero di voti. Secondo questo sistema elettorale il candidato vincente potrebbe non essere il favorito dalla maggioranza degli elettori che ha espresso il voto. Infatti, nel 2000 Al Gore ebbe mezzo milione di voti in più rispetto a George W. Bush, ma i voti del repubblicano erano distribuiti in maniera più omogenea sul territorio e quest’ultimo vinse.

Quest’ultimo fu l’ultimo di altri tre casi in cui il voto popolare non coincise con la scelta del Presidente che poi vene effettivamente eletto.

Il sistema elettorale americano non è così semplice da capire come il cittadino medio di un altro stato del mondo potrebbe pensare guardando la tv e sentendo i dibattiti politici dei candidati. Ad alcuni potrà sembrare un sistema adeguato, in quanto, comunque, si arriva sempre ad un risultato certo, ad altri, invece, inadeguato dato che anche il voto popolare potrebbe non essere rispettato. Tuttavia, dato che la falla del voto popolare si è presentata rarissime volte, rispetto al numero dei presidenti eletti (ricordiamoci che Trump è il 45esimo presidente eletto) il sistema regge e non si parla di alcuna riforma al sistema elettorale presidenziale.

Alberto Lanzetti

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