ANALISI DI UNA CAMPORELLA QUALSIASI

L’altro giorno ero in un locale e conversavo con un mio amico: mi raccontava di una sua avventura con una bella biondina avuta in luogo particolare come la macchina. Ed eccola che arriva, la solita domanda sull’aspetto di diritto che odio particolarmente, perché dopo tutto il tempo passato a studiare sui manuali, con le persone preferirei parlare di altro. Ma niente. “Che succede se mi beccano con una ragazza in macchina in atteggiamenti… Intimi?” Il ragazzo ha stile, non ci sono dubbi, dritto al sodo. Gli ho dato la risposta, riflettendo un secondo sul fatto che tutti, chi più chi meno, hanno almeno una volta nella loro vita pensato a un’esperienza “intima” leggermente sopra le righe. Bhe, la risposta alle vostre domande sta nell’articolo 527 del codice penale, che disciplina gli atti osceni in luogo pubblico, e oggi vedremo di analizzarlo per capire che succede se si fosse beccati a far qualcosa che potrebbe causare un leggero imbarazzo, per essere molto gentili nella descrizione.

Partiamo da una considerazione indispensabile: pur se contenuta nel codice penale, questa disciplina, nella sua forma non aggravata, non rappresenta più un reato. Nel 2016 infatti c’è stata una depenalizzazione della fattispecie, dunque oggi, in soldoni, per i comportamenti compresi nel comma 1 dell’articolo in questione, non c’è il rischio di una pena detentiva ma soltanto di una multa molto salata. Oggi l’art. 527 c.p. (codice penale ovviamente) al primo comma recita: “Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000”. Ora, bisogna capire che caspita vuol dire tutta sta roba, dunque cerchiamo di analizzarla un pezzo per volta. Partirei dalla domanda più ovvia, che mi è stata chiesta più di una volta: cosa si considera come “luogo aperto o esposto al pubblico”? Per luogo aperto al pubblico, si intende “il luogo, anche privato, ma al quale un numero indeterminato, ovvero un’intera categoria, di persone, può accedere, senza limite o nei limiti della capienza, ma solo in certi momenti o alle condizioni poste da chi esercita un diritto sul luogo”, così come esposto dalla Cassazione nel 2014, nella sentenza n. 37596 (un esempio di luogo simile potrebbe essere una biblioteca, o un mezzo pubblico). E’ chiaro inoltre che per luogo pubblico, secondo dottrina e giurisprudenza consolidata da anni ormai, si indica il luogo di fatto o di diritto continuativamente libero a tutti o a un numero indeterminato di persone, come una piazza o una strada pubblica. Infine, per luogo esposto al pubblico si intende ‘luogo non accessibile a tutti’, ma facile oggetto di osservazione di un numero indeterminato di soggetti (un esempio potrebbe essere il balcone di casa, se non posizionato troppo in alto).

Ora c’è da fare una ulteriore puntualizzazione, che porta la questione su un altro piano. Al secondo comma, l’articolo spiega: “Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva pericolo che essi vi assistano”. Qui abbiamo quindi un’aggravante che riporta la fattispecie sul piano dei reati, e proprio per questo è prevista anche una pena detentiva. La norma parla chiaro qui, configurando un’aggravante sulla base del luogo dove si svolgono i fatti: se si viene beccati in luogo dove sono presenti o ci sono di solito dei bambini, c’è da aspettarsi dei guai.

Arrivati a questo punto dell’analisi, la prima questione che potrebbe essere posta è “si d’accordo che non posso fare certe in certi posti, ma cosa, con precisione, non posso fare?”, e rispondiamo anche a questo. La disposizione parla di “atti osceni”, che, secondo il sentimento comune, offendono il pudore. Rientra in questo tutto ciò che, tenuto conto della sensibilità dei consociati di “normale levatura morale, intellettuale e sociale” nel momento storico in cui si verifica il fatto incriminato, analizzato in base al criterio storico evolutivo, cagiona “una reazione emotiva immediata di disagio, turbamento e repulsione in ordine ad organi del corpo o dei comportamenti sessuali, i quali, per ancestrale istintività, continuità pedagogica e stratificazione di costumi ed esigenze morali, tendono a svolgersi nell’intimità e nel riservo. Questa è la definizione che ha dato la cassazione sull’argomento nel 2004. In parole povere, il giudice ha un ampio potere discrezionale riguardo alla valutazione di quale debba essere il comportamento incriminabile, utilizzando tutti quei complicati indici che ha dettato la cassazione. Per capire però con più precisione quali debbano essere questi fantomatici standard, ci possiamo aiutare dando una lettura sistematica dell’art. 527 c.p. con l’art. 726 c.p., dove quest’ultimo disciplina gli atti contrari alla pubblica decenza, che pare un po’ una perifrasi di quanto è trattato dall’art.527. Il ragionamento è questo: la giurisprudenza ha individuato la differenza tra i due articoli, dove per l’art. 527 “tali gesti offendono in modo intenso e grave, il pudore sessuale, suscitando nell’osservatore sensazioni di disgusto oppure rappresentazione o desideri erotici, mentre per i secondi, ex art. 726, “tali gesti ledono il normale sentimento di costumatezza, generando fastidio e riprovazione” (Cassazione n.26388/2004). In sostanza, il criterio di distinzione va ricercato nel contenuto più specifico e mirato della norma che punisce gli atti osceni, richiamando a sé in particolare la sensibilità prettamente sessuale dei soggetti, lasciando il sentimento collettivo della costumatezza e della compostezza all’articolo sulla pubblica decenza.

Si tratta ovviamente di un reato di pericolo da un punto di vista puramente oggettivo, ossia non c’è bisogno che ci sia la concreta possibilità di esser visti nell’atto incriminato ma è sufficiente l’astratta visibilità da parte dei terzi non consenzienti. Ne deriva che la capacità offensiva dell’oscenità dell’atto è condizionata dal contesto ambientale in cui è realizzato: per cui “la capacità di offendere il pudore è strutturalmente connessa al requisito della pubblicità, cioè alla percepibilità da parte di un numero indeterminato di persone, che è per così dire rappresentativo dell’uomo medio  e della comune sensibilità in materia sessuale” (così la Cassazione 48532/2004). Dunque quando siete in un luogo privato, potete fare come vi pare, mentre in luogo potenzialmente affollato, seppure possa essere molto stuzzicante, non è possibile mettere in pratica certi comportamenti. Certo, vi potete coprire, per esempio con delle lenzuola o altro in macchina, facendo dunque risaltare la natura colposa piuttosto che dolosa dell’evento. Esiste però il comma 3 dell’art.527c.p., che prevede in caso di comportamenti colposi una multa molto meno salata rispetto al comma 1 (il massimo è di 309 euro per la violazione colposa, di 5.000 euro per la multa minima per la violazione dolosa).

Ed eccoci arrivati all’ultimo punto, quello più spinoso: che succede se si viene beccati? Ahia, viene da dire, perché le multe sono molto salate: da 5.000 a 30.000 euro. Ci sarebbe quasi da chiedersi il perché di cotanta severità su degli illeciti che alla fine dei conti non ledono fisicamente nessuno. E’ presto detto. Il legislatore, per depenalizzare questa figura, evitando così la galera a soggetti che non si capisce per quale motivo ci dovrebbero stare, soprattutto di fronte a comportamenti del genere, ha pensato di ispirarsi agli ordinamenti di common law (in particolare a quelli americani): se ti prendo, non ti mando in carcere, ma applico i cosiddetti punitive damages, ossia ti do (economicamente parlando) una bella bastonata sui denti per incitarti a non rifarlo più (e contemporaneamente fare un po’ di cassa, se si vuole essere molto maliziosi). Discorso diverso per il terzo comma, dove l’ipotesi colposa, ossia un comportamento che ha offeso qualcuno pur senza volerlo, ha sanzioni pecuniarie basse. Ancora differente è l’ipotesi del secondo comma, dove non è presente la pena pecuniaria perché vi è quella la possibilità di quella detentiva, molto più grave.

Dunque, a riassunto di tutto ciò: se dovete andare in camporella, non abbiate paura di finire in gattabuia ma occhio a dove e come la fate, perché potreste ritrovarvi liberi come il vento ma senza un soldo in tasca. Ovviamente, come ogni uomo assennato direbbe, si dovrebbero evitare certe cose in luoghi dove possono essere presenti bambini, perché le cose potrebbero peggiorare notevolmente, e non solo per quello. Sconsigliati sono anche gli atti di “esibizionismo” in tutti quei luoghi, pur essendo non totalmente aperti, o addirittura privati, dove c’è la possibilità di essere visti da una moltitudine di persone. Si spera tuttavia che, aldilà di tutto, quest’ultima considerazione fosse ovvia ancora prima di essere fatta.

 

Andrea Lino

 

 

 

 

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