Barbaro comanda anche da morto

«Attendiamo un’annotazione di servizio dei carabinieri per decidere il da farsi. Certo è strano che ancora si debba assistere a iniziative di questo genere sul territorio calabrese, dopo i ripetuti richiami che sono stati fatti». Il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, non si sbottona. Ma la sua Procura sta monitorando con attenzione il braccio di ferro fra il parroco di Platì, don Giuseppe Svanera e il questore Raffele Grassi sui funerali di Giuseppe Barbaro, affiliato all’omonimo clan, morto nel carcere di Vibo.

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Giuseppe Barbaro, detto Bambolotto, 54 anni, è riuscito a fare più rumore da morto che da vivo. Uomo della ’ndrangheta, affiliato al locale di Volpiano, condannato a 5 anni con sentenza definitiva nel maxi processo Minotauro, è deceduto giovedì nel carcere di Vibo Valentia. Il questore ha vietato per Barbaro le esequie pubbliche per motivi di sicurezza, ordinando che il funerale fosse celebrato all’alba, direttamente al cimitero, ma il religioso non ha gradito.

Il punto è che don Giuseppe Svanera, parroco bresciano in missione nella chiesa della Madonna del Loreto in Calabria, ha presentato un ricorso al ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Non posso tollerare – dice a telefono – una cosi pesante intromissione del Questore. Che – per inciso – può vietare il corteo, ma non il funerale in chiesa». Su quanto rilevi il fatto che Barbaro fosse riconosciuto ’ndranghetista in tre gradi di giudizio è presto detto: «Sono convintissimo che ogni persona, indipendentemente dal gruppo a cui appartenga, abbia diritto a una degna sepoltura secondo la fede che professa. Barbaro era cattolico, battezzato e sposato. Poi, non era stato neanche condannato per crimini precisi, ma per associazione mafiosa».

Giuseppe Barbaro era un mafioso, arrivato in Piemonte il 30 settembre, rientrato a Vibo il 17 ottobre. Tre giorni dopo è morto. Giuseppe Barbaro era uno dei personaggi di spicco del locale di Volpiano, nel torinese. Di Barbaro, il pentito Rocco Varacalli scatta tutt’altra fotografia: «Mi aveva chiesto di fare un’estorsione a una ditta che si occupava di un cantiere tra Settimo e Volpiano. Se non mi avessero pagato, avrei dovuto incendiare i mezzi oppure…». Oppure? chiede il pm. «Oppure sparargli alle gambe al titolare». Secondo i pentiti, era un santista, che coordinava lo spaccio di droga e le estorsioni nel Torinese. Affetto da diverse patologie croniche, aveva presentato tramite i suoi legali, un’istanza di scarcerazione, rigettata sulla base del responso dei periti, secondo i quali Barbaro poteva essere curato in carcere.

Nicola Galea

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