DENUCLEARIZZAZIONE MILITARE, LA “MISSION IMPOSSIBLE” DEL XXI SECOLO

Dalla Seconda Guerra Mondiale sino alla visita di Obama ad Hiroshima, una situazione di stallo irrisolvibile.


È di pochi giorni fa la notizia della visita del presidente Barack Obama ad Hiroshima. Il capo di stato statunitense è il primo, che, da quel 6 agosto 1945, mette piede nella cittadina giapponese e lo fa con un discorso dai toni strettamente pacifisti
“Dobbiamo fare di più per evitare di soffrire di nuovo, […] dobbiamo guardare la storia negli occhi, […] prevenire le guerre attraverso la diplomazia e lavorare per raggiungere un mondo senza più l’atomica“. Ma è davvero possibile attuare una denuclearizzazione delle risorse belliche in tutto il pianeta?

Dalla seconda guerra mondiale il possedere un arsenale nucleare si è scoperto essere uno dei principali punti che garantiscono importanza ad una singola nazione di fronte al panorama bellico internazionale. Col Progetto Manhattan gli Stati Uniti hanno voluto dimostrare di essere la potenza militarmente più rilevante, questo ha portato ad una sorta di corsa agli armamenti da parte di quegli stati, come l’Unione Sovietica, che, sentendosi in qualche modo minacciati dallo strapotere americano, compiono la scelta di colmare questo gap. La corsa agli armamenti prosegue freneticamente durante la guerra fredda, periodo in cui sia paesi facenti parte della NATO, come Francia e Regno Unito, che paesi filocomunisti, vedasi la Cina, riescono a proseguire gli studi sul nucleare e ad ottenere a loro volta le armi atomiche. È dopo qualche anno, nel 1968, che la situazione viene riconosciuta talmente critica che le grandi potenze riescono ad accordarsi per un trattato di non proliferazione nucleare. Nel TNP gli stati firmatari si impegnano in modo diverso, a seconda della singola situazione del proprio arsenale: nel caso dei paesi “non nucleari” ci si impegna a non sviluppare tecnologie atomiche con finalità belliche, mentre nel caso delle nazioni “nucleari” esse sono obbligate a fornire alle prime le tecnologie militari necessarie.

C’è però da considerare che non tutto il mondo ha firmato il trattato, nazioni come l’India o la Corea del Nord (che aveva firmato per poi uscire dal patto nel 2001) sono attualmente in possesso di questo tipo di armi. A questo punto il TNP e i suoi successivi sviluppi finalizzati al progressivo definitivo disarmo si può considerare come un fallimento totale e, di conseguenza, la denuclearizzazione un’utopia.

Da queste premesse è anche ovvio comprendere le motivazioni per cui il sogno dello smantellamento atomico sia inarrivabile. La bomba atomica non è più simbolo di potenza, ma mezzo con cui mettere in guardia e rendere inoffensive quelle nazioni inaffidabili dal punto di vista politico-militare come la sopracitata corea del Nord o lo Stato d’Israele. Un disarmo da parte dei paesi firmatari comporterebbe uno scenario devastante in cui, le uniche nazioni che rimarrebbero a possedere l’arma più distruttiva del pianeta, sarebbero anche le maggiormente irresponsabili, fatto che sicuramente non è passato inosservato a chi, come Obama, si pone a favore del disarmo atomico, ma è obbligato a vivere uno stallo.

Ci si può porre la questione se quindi questa situazione di blocco possa essere in qualche modo pericolosa per l’umanità e se possa sfociare in un’ipotetica terza guerra mondiale. La risposta è relativamente minimizzabile in un secco no. Il fatto che molte nazioni nel mondo abbiano un arsenale nucleare non fa sì che questo debba essere utilizzato, anche perché non ci sarebbe alcun interesse a farlo. Ad oggi iniziare una qualsivoglia di guerra nucleare porterebbe ad un’immediata discesa in campo di tutte le nazioni militarmente competitive del pianeta e ad un conseguente annichilamento delle stesse nell’arco di un infimo lasso di tempo.

                                                                                                                                               Andrea Ghignone

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