IMPRESA 2.0 … ANCHE 3.0

Dal 2008 a questa parte il mondo è cambiato, è innegabile. La famigerata crisi, chiacchierata, odiata e da alcuni penso anche amata ha portato cambiamenti non da poco. Il mondo dell’imprenditoria pian piano sta iniziando a riprendersi giusto in questo periodo, dopo quasi dieci anni trascorsi in difficoltà ed attendendo un futuro che avrebbe portato con sé certamente più incertezze che certezze. Dunque non poteva che essere il mondo dell’imprenditoria, alla base della maggior parte dei posti di lavoro nel tessuto economico, a doversi riadattare per poter proseguire il proprio cammino non proprio con certezze, ma almeno su una “strada” non troppo impervia. Alcune forme di società si sono modellate, un po’ con l’intervento degli imprenditori stessi, un po’ con l’intervento dei vari legislatori che si sono succeduti ed essendo, appunto, in periodo di crisi, sono stati molti.

Non stupisce, allora, che forme societarie quali le start-up abbiano preso piede in maniera sempre più preponderante e siano state oggetto di profonde riforme pur di renderle appetibili a nuovi imprenditori interessati a mettersi in gioco.

In più sono nate anche forme di ricerca del denaro innovative, come il crowdfunding che permette di ricercare fondi per la propria organizzazione tra la collettività.

Le start-up non sono altro che delle vere e proprie società di capitali, le quali inizialmente si riteneva che potessero operare nell’ambito di internet o della tecnologia, oggi, invece, la terminologia si è ampliata e sono ricondotte nella forma della start-up anche aziende che non operano in quei campi originariamente considerati.

I vantaggi sono evidenti: per poter iniziare non sono sufficienti grandi fondi, tuttavia l’attività scalare tipica di questa forma di società, ovvero la ricerca per il proprio sviluppo, permette di poter raggiungere alti livelli, mentre se il tutto non avesse successo si potrebbe uscire dal “gioco” non con grandi perdite, dati i piccoli investimenti iniziali.

Il legislatore si è preoccupato di dare regole ben precise a queste forme di società, onde evitare che in tal modo si potessero venire a formare società che non sarebbero dovute nascere sotto la veste di start-up.

Il decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 definisce una start-up innovativa in questo modo: “è la società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano ovvero una Societas Europaea, residente in Italia, le cui azioni o quote rappresentative del capitale sociale non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione.” Inoltre sono previsti anche altri elementi necessari: la società deve svolgere attività d’impresa da non più di quarantotto mesi, la sede principale dei propri affari dev’essere in Italia, a partire dal secondo anno di attività della start-up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non dev’essere superiore a 5 milioni di euro, la start-up non deve distribuire, e non ha distribuito, utili, ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico ed infine non è stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda. Sono richiesti ancora determinati elementi circa i collaboratori di quest’attività, le spese di ricerca e sviluppo ed ancora l’essere depositario di una privativa industriale relativa a un’invenzione industriale.

Come si può notare il fenomeno è di un certo rilievo, tanto che sono stati approntati anche acceleratori o anche detti “incubatori” per permettere un più rapido sviluppo di queste forme societarie.

Il vero problema è che, per quanto si siano abbassati i livelli di capitale sociale per poter avviare la propria società, la famosissima crisi inizialmente citata non permette comunque, alle volte, di poter avviare effettivamente la propria attività. Ecco che, vicino alle nuove forme di società, nascono nuove forme di ricerca del capitale e come non parlare allora del crowdfunding?

In Italiano è traducibile come una forma di finanziamento collettivo, una sorta di microfinanziamento che mobilita persone e risorse. Anche qui la pratica, inizialmente, era legata ad ambiti operativi molto ristretti, ovvero i soliti campi della tecnologia o comunque di produzione di determinati prodotti d’avanguardia. La pratica consentiva di promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale, abbattendo le barriere tradizionali dell’investimento finanziario. Il web è solitamente la piattaforma che permette l’incontro e la collaborazione dei soggetti coinvolti in un progetto di crowdfunding. Sul web i giovani imprenditori trovano nuove idee da proporre, ma anche fondi per la propria attività. Il crowdfunding è una importante fonte di finanziamento ogni anno per circa mezzo milione di progetti europei che altrimenti non riceverebbero mai i fondi per vedere la luce. Nel 2013 in Europa sono stati raccolti fondi pari a circa un miliardo di euro. Si stimano aumenti esponenziali nel prossimo futuro (milioni di miliardi entro il 2020) grazie al crowdfunding, che trova tutti gli elementi per poter sprigionare al meglio le sue potenzialità nel web.

Per fare un esempio di come funziona il crowdfunding il museo del Louvre, a Parigi, ha portato alla nascita il progetto “Tous Mecenes” (tutti mecenati). Il progetto prevedeva di raccogliere un milione di euro attraverso le donazioni delle web community per acquistare il capolavoro rinascimentale Le Tre Grazie di Cranach da un collezionista privato.

Detto ciò si può immaginare come il meccanismo possa funzionare per capire quali siano i gusti di potenziali clienti di un’impresa, ma anche richiedere ed ottenere fondi da coloro che credono nell’attività di quella certa impresa.

Ne esistono diversi tipi di questo fenomeno, differenziati dagli scopi perseguiti, di cui i più importanti sono: il crowdfunding per ricompensa, il quale prevede per l’investitore una ricompensa commisurata con il contributo e il crowdfunding civico utilizzato da un numero crescente di soggetti istituzionali come comuni o enti vari per finanziare opere pubbliche e attività di restauro del tessuto urbano.

Se ancora non fosse completamente chiaro il tutto funziona con siti web che facilitano l’incontro tra la domanda di finanziamenti da parte di chi promuove dei progetti e l’offerta di denaro da parte degli utenti.

Come si può notare ormai il modo di fare impresa è cambiato radicalmente, non solo rispetto a 40 anni fa, ma anche rispetto ad una decina di anni fa. Si cerca costantemente di rendere il più facile possibile l’accesso al mondo dell’impresa, anche per creare più posti di lavoro possibili, senza dover sborsare ingenti somme di denaro; non sempre i tentativi vanno a buon fine al primo colpo, ma bisogna riconoscere il tentativo di promuovere questo cambiamento che ormai noi tutti stiamo vivendo.

 

Alberto Lanzetti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...