IL PROCESSO E’ ESSO STESSO UNA PENA

Errare humanum est dice il famoso detto latino, tuttavia il proverbio non riesce a suonare come una giustificazione valida per coloro che sono stati vittime di un errore giudiziario. Se nei procedimenti civili ci sono in ballo somme di denaro più o meno grandi (e tutti sappiamo quanto sia forte il dio danaro) nei procedimenti penali non c’è in ballo solo la ricchezza, ma forse qualcosa di ben più importante: la libertà personale. Forse è questo uno degli aspetti più importanti e contorti della magistratura: la difficoltà del giudicare, tanto che lo stesso processo penale, definito dramma umano per l’imputato, da qualcuno è stato definito come dramma anche del magistrato il quale si trova a decidere della libertà o meno di un individuo.

Il magistrato, comunque, prima di pubblico ufficiale rimane pur sempre uomo e proprio per questa sua caratteristica la perfezione non fa parte di egli.

Cosa succede, quindi, se costui sbaglia?

Possiamo immaginare una metafora: l’umanità dell’errore, non certo scusabile, ma nemmeno eliminabile, che aleggia come un avvoltoio sul caso giudiziario di turno. Cosa deve patire l’individuo che per caso si trovasse in questa situazione? Sottoposto al giudizio pubblico di un collegio di magistrati, giudicato dalla collettività, vessato nella pena, distrutto moralmente per la propria sorte e quella dei propri cari e tuttavia sapere dentro di sé di essere innocenti, ma al contempo capire di non potersi più nascondere ed evitare la macchina giudiziaria che come una palla demolitrice si abbatte sulla propria esistenza. Sono un cumulo di sensazioni ed emozioni che non penso siano facili da gestire.

Tuttavia, i casi sono molti e anche gli errori possono essere molteplici nella loro gravità: si può andare dal caso recente avvenuto nel Palazzo di Giustizia di Milano dove il giudice Maria Pia Bianchi, sbagliandosi, ha pronunciato sentenza di condanna per guida in stato di ebbrezza ed altri reati connessi non nei confronti dell’imputato, bensì del pubblico ministero Angelo Renna, il quale, svolgendo la sua normale attività, stava sostenendo l’accusa in giudizio. Qui l’errore era troppo grossolano per non essere notato e il tutto si è riparato con una Camera di Consiglio straordinaria per riparare l’errore e qualche battuta nei confronti del PM in questione, il quale peraltro non ha la macchina e si sposta usando la bicicletta e i mezzi pubblici; difficile immaginarselo alla guida di una vettura in condizioni psicofisiche alterate da sostanze alcoliche.

Certo gli errori possono essere, però, anche molto gravi: qui spunta, inevitabilmente, il caso Tortora che negli anni addietro tanto ha fatto parlare.

In questo caso Enzo Tortora, conduttore televisivo e giornalista, aveva avuto la malaugurata sorte di fare capolino nelle dichiarazioni di “pentiti” mafiosi che facevano parte dell’organizzazione guidata da Raffaele Cutolo (la Nuova Camorra Organizzata). Tortora venne accusato da più persone di far parte dell’associazione a delinquere e in più di essersi macchiato di altri reati gravi tra cui spaccio di sostanze stupefacenti.

In questo caso il tutto non è finito con un sorriso e un’udienza per riparare il danno, come nel caso precedente. Tortora venne svegliato alle 4 del mattino ed arrestato Venerdì 17 Giugno 1983 dai carabinieri di Roma e da lì iniziò un calvario che ebbe fine solo dopo parecchio tempo. In questo caso l’imputato venne sottoposto ad uno stress fisico ed emotivo non da poco: organi inquirenti che frugavano ovunque nella sua vita privata alla ricerca di indizi, che non esistevano, di partecipazione a quell’associazione mafiosa, (ex)colleghi giornalisti che accusavano Tortora stesso di comportamenti “strani” e qualcuno che perfino arrivò a dire di averlo visto spacciare sostanze stupefacenti negli studi televisivi.

Il caso si chiuse 7 mesi dopo con la scarcerazione dell’individuo data la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello di Napoli.

Tuttavia il caso non potè che avere ripercussioni sulla materia in questione, tanto che anche la legge si modificò: si arrivò al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e il Parlamento varò nell’88 la cosiddetta “Legge Vassalli” sul  risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati.

E oggi? Qual è il trattamento per i soggetti che ingiustamente hanno dovuto patire una pena limitativa della libertà personale?

Chi è stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere ed è stato poi, all’esito del procedimento penale, prosciolto con sentenza di assoluzione diventata irrevocabile, ha diritto a ricevere un equo risarcimento del danno subito. Stesso risarcimento spetta a chi ha patito ingiustamente carcerazione per effetto di un ordine di esecuzione erroneo e a chi ha subito custodia cautelare in carcere sulla base di un provvedimento emesso o mantenuto in mancanza delle condizioni richieste dalla legge, sia in caso di successiva assoluzione che di condanna.

Inoltre, chi è stato licenziato dal posto di lavoro che occupava prima della custodia cautelare e per tale causa, ha diritto di essere reintegrato nel posto di lavoro se viene pronunciata in suo favore sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero viene disposta l’archiviazione.

 Il ricorso va proposto (a pena di inammissibilità) entro due anni dal giorno in cui la sentenza di assoluzione o condanna è diventata definitiva alla corte d’appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza.

Insomma, uscire da questo circolo vizioso è possibile, soprattutto da quando anche la legge ha riconosciuto che l’errore giudiziario è possibile, ma difficilmente ci si riesce senza qualche ferita più o meno profonda.

                                                                             Alberto Lanzetti

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